sabato 14 luglio 2012

Che cos’è la morale e qual è il suo fondamento? Risponde Sossio Giametta


Da quando Nietzsche scorse nella morale e fin negli ideali ascetici antropomorfismo e autoconservazione, non cessano, contro la depressione nichilistica che ne è seguita, i tentativi di ripristinare la morale su altre basi. Si è così venuto a creare quasi un mercato delle morali. Da un lato la morale è sentita come un’esigenza insopprimibile nella vita dell’individuo e della società, dall’altro i tentativi si moltiplicano perché nessuno riesce a vincere e convincere. Nella speranza di contribuire a una chiarificazione del problema, ci permettiamo di offrire la seguente riflessione. Qual è il politico di più alta moralità? Quello che fa il bene del suo paese. E qual è il bene del suo paese? Primeggiare sugli altri con la potenza (gli Stati sono anche detti “potenze”), ossia far trionfare l’interesse (l’egoismo) del proprio paese. Dunque la moralità consiste qui nel fare per la collettività e non per sé ciò che normalmente l’individuo fa per sé. Ma la collettività, lo Stato, è un grande individuo in concorrenza con gli altri grandi individui, allo stesso modo degli individui normali. Fra essi si riproduce quindi l’homo homini lupus. Ma perché un “piccolo” individuo serve un grande individuo? Non c’è dubbio: per ingrandirsi a sua volta. Cioè per realizzare quella parte di sé che si può attuare solo con la realizzazione della collettività di cui è espressione. Si tratta ancor sempre di utilità e di egoismo, certo. Ma sentire come esigenze personali le esigenze della collettività è anche quello che gli uomini chiamano grandezza. C’è pure un’altra collettività, di cui tutti siamo espressione: è l’umanità o la specie; e ce n’è un’altra ancora, quella di tutti gli esseri del creato. Ma se uno si sente partecipe di queste più che di quella statale, allora la politica non è il suo posto: deve – se è vocato alla grandezza – seguire le vie della filantropia, della poesia, della musica, della filosofia; deve fare, più che il politico, il sacerdote, il missionario o il santo. Ma dei politici ci sarà sempre bisogno. Anche poeta musicista filosofo sacerdote missionario e santo perseguono fini personali, il loro utile. Nietzsche, per esempio, strillava che i problemi della causalità gli stavano molto più a cuore della causa col suo editore (finita male per lui), cioè la sua felicità o infelicità dipendeva più dalla causalità che dalla causa. Ma questo suo egoismo, come quello del poeta, dell’artista, del musicista, del filosofo, del prete, del missionario e del santo, combaciava con quello dell’umanità e prevaleva su quello privato. Al punto che – è sempre lui che parla – anche annunziare una verità ferale, luttuosa, se è una scoperta filosofica, dà felicità. Proprio Nietzsche, paladino di un radicalismo aristocratico, ha insegnato ad accettare la realtà e gli uomini con difetti e vizi, perché questi cospirano con pregi e virtù all'affermazione della vita. E mentre da un lato, come un nuovo Machiavelli scopriva dietro le pretese spirituali l’interesse personale, fisiologico, dall’altro insegnava a riconoscersi e ad accettarsi nella propria realtà senza schifiltosità idealistiche e romantiche, in ciò operando dunque in senso rivoluzionario. Aggiungeva, lui affossatore del cristianesimo, due comandamenti al decalogo cristiano: 1) Non si deve solo scontare la colpa altrui (come Gesù), ma anche assumerla su di sé; 2) Non si deve causare vergogna agli uomini. Anche la più alta moralità, dunque, che ha origine nella solidarietà biologica, non può fare più che promuovere l’umanità, ossia l’utilità della specie umana. La specie umana è un individuo ancora più grande dell’individuo-Stato, un grandissimo individuo tra altri grandissimi individui, le altre specie, con cui è a sua volta in concorrenza. Il prosperare di una specie comporta lo sfruttamento delle altre. La vita si nutre di se stessa, è una piramide in cui quelli che stanno sopra si nutrono di quelli che stanno sotto, salvo eccezioni; e quelli che stanno sopra si nutrono gli uni degli altri, in lotte civili o guerre guerreggiate, per destino fatale e incoercibile. Dunque anche nella più alta moralità non si va oltre l’umano, si tratta pur sempre di egoismo, sebbene l’egoismo della grandezza, che richiede abnegazione, sia nobile e quello privato ignobile. Ma si tratta sempre di lotta per l’utilità, la potenza e la sopravvivenza e non di qualcosa di trascendente.                      

Sossio Giametta